Le istituzioni di Arlecchino
Settima edizione in progress
Gianfranco Pasquino - Le istituzioni di Arlecchino
Gianfranco Pasquino
Le istituzioni di Arlecchino
Settima edizione in progress
Pagine 344
ISBN 978-88-89543-11-5
Multimedia 1
Pubblicazione online 23/02/10
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Prezzo
Edizione online con volume in brossura € 34.00


Requisiti tecnici
Indice sommario
Le istituzioni di Arlecchino
Indice
Prefazione alla settima edizione in progress
Prefazione alla sesta edizione in progress
Prefazione alla quinta edizione in progress
Prefazione alla quarta edizione in progress
Riforme e errori di tutti i colori
L'alternanza, ovvero la condizione per migliorare la qualità della democrazia
Il sistema istituzionale
L'improponibilità dell'alternando
La natura del partito dominante
La configurazione delle coalizioni di governo
Conclusioni non operative
Elogio dei ribaltoni
Tesi e antitesi sul ribaltone del 1994
Stabilità e impotenza
Flessibilità o norme anti-ribaltone
Semipresidenzialismo, ribaltini e ribaltoni
L’opportunismo istituzionale
Ossessioni antireferendarie antimaggioritarie
Le primarie per riformare partiti e politica
Due obiezioni classiche
Alcune regole di comportamento
Un rischio ineliminabile?
Una soluzione possibile e praticabile
Post scriptum
Come fare le primarie
La confusione federalista
Quali entità dovrebbero federarsi?
Quali poteri, quali competenze?
Federalismi fiscali
La qualità della vita
Il bicameralismo imperfetto
Quale riforma?
Funzioni e compiti di un Parlamento
Il problema della rappresentatività
... e quello della rappresentanza
Differenziare per riformare
Dal premierato forte al semipresidenzialismo debole
Furbizie opportunistiche
Un semipresidenzialismo squilibrato
Debolezze assortite
A confronto con il modello francese
La restaurazione di una giovane partitocrazia
Una transizione da spacchettare e ridisegnare
Effetti desiderati e indesiderabili
Alla ricerca dell’alternanza
I «moti» federalisti
Nel vortice della transizione
Riprendiamoci lo scettro delle riforme costituzionali
Il ruolo decisivo del cittadino
Gli snodi della riforma
Qualche lezione da imparare a memoria
Riflessione sul referendum costituzionale
Legge elettorale: oscuri desideri, proficue soluzioni
Post-Scriptum For Ever
Legge elettorale: farla franca o all’italiana?
Cattive premesse
Qualche possibile miglioramento
Tempi e modi di una incombente riforma
Contenuti nuovi auspicabili
Meglio la Francia
Miniriformatori e ingegneri elettorali
Leggi elettorali e ristrutturazione del sistema dei partiti
Partito democratico e principi elettorali
Leggi elettorali e sistemi di partito: un po’ uovo e un po’ gallina?
Il Partito americano
Valori e promotori del Partito democratico*
Amare l’Italia
Manifesti e partiti
Nomina sunt consequentia rerum
Post-comunisti “democratici” in progress
Appendice Manifesto per un Partito democratico, laico e socialista
Un segretario per il Partito Democratico: problemi e rischi*
Due cariche, un solo leader
Coincidenza e sovrapposizione delle due cariche
Leadership da rivendicare, leadership da esercitare
Identikit della carica
Soltanto domande
Poca sinistra, poca democrazia
What is Left?
La Terza Via
Risalire alle origini, e ripensarle
A che cosa serve un partito di sinistra?
Le riformette istituzionali del centro-destra: in ordine sparso e scarso
Organizzazione e innovazione nel Partito Democratico: un giro di Walter
Governo, potere e riforme
Governo e popolo
Tra potere e governo
Presidenzialismo all’italiana
Riforme: non condivise, ma politicamente decenti
Prefazione alla settima edizione in progress

Rispetto ad un anno fa, sono cambiati due elementi della complessa situazione politico-istituzionale italiana. Entrambi hanno attinenza alle istituzioni e avranno un impatto sull’evoluzione del sistema politico. Dopo una protratta competizione, il Partito Democratico ha eletto nell’ottobre 2009 un nuovo segretario. Pierluigi Bersani (ex Democratico di Sinistra, ex comunista) ha sconfitto Dario Franceschini (ex-Margherita, ex-democristiano) con lo slogan “dare un senso a questa storia”. Confesso di non avere capito se la storia sia già quella, peraltro, inesistente, dello stesso Partito Democratico, oppure, se sia quella, molto più corposa, del Partito Comunista. In questo caso, il “senso” che mi sarei aspettato e avrei auspicato è quello che si trova, dopo una approfondita e pubblica riflessione, nel passaggio, peraltro difficilissimo, dal comunismo alla socialdemocrazia. Pur sostenendo di volere immettere significativi contenuti di sinistra nel Partito Democratico, finora da parte di Bersani di socialdemocratico non si è visto proprio nulla. Anzi, la prospettiva di un aggancio con l’Unione di Centro lascia piuttosto intravvedere una deriva (poiché non è controllata, è lenta, appare quasi inevitabile) centrista. Il PD rimane un organismo senza identità, diviso al suo interno, con prospettive politiche e sociali alquanto confuse.
Nient’affatto confuso appare, invece, il percorso che Gianfranco Fini sta delineando dalla sua carica istituzionale di Presidente della Camera dei deputati. Fini stia ragionando nella prospettiva che chiamerò in senso lato, e positivamente, “gollista”. Da un lato, ha iniziato una battaglia contro la concezione personalistica che Berlusconi ha del Popolo della Libertà. Facendo infuriare il co-fondatore del partito, Fini sembra indicare la prospettiva di un partito di destra moderno, nazionale e non nazionalista, moderatamente conservatore nelle politiche, difensore dei diritti di cittadini e immigrati, laico nel senso di non subalterno alla Chiesa e alla Conferenza Episcopale Italiana. Dall’altro, vuole mantenere la chiara separazione delle istituzioni, proteggendo lo spazio del Parlamento a fronte delle pesanti incursioni dei berluscones e delle pretese simil-decisioniste del capo del governo. Fini non ha, peraltro, neppure rinunciato a quella che è la prospettiva definibile come gollista in materia di riforme istituzionali, ovvero, il semipresidenzialismo. Nelle condizioni attuali del centro-destra, costruire un partito aperto al dibattito politico e suggerire che la riforma delle istituzioni non deve essere fatta per schiacciare la magistratura e per conferire strapotere al governo è una doppia eresia. Bisogna, infatti, combattere con personaggi che poco sanno e nulla vogliono imparare della separazione dei poteri. Che vivono di e nel conflitto di interessi. Il cui partito ideale è fatto da un leader populista che comanda e dal quale, loro, obbedendo e conformandosi, ottengono potere e cariche. Dunque, Fini ha vita dura e dispone soltanto di tre anni di tempo poiché alla fine di questa legislatura nel 2013 si tireranno le somme, si valuteranno le conseguenze e si struttureranno i probabilmente nuovi assetti di potere. Poiché il Partito Democratico nel migliore dei casi continuerà a galleggiare, la sola prospettiva che garantisce spazi di movimento e di mutamento al sistema politico italiano è quella che è stata impostata e viene praticata da Fini.
Non c’è bisogno né di essere di destra né di fare come Totò, ovvero “buttarsi a destra”, per seguire, apprezzare e ritenere utile studiare quello che Fini va facendo. Non è mai esistito in Italia un grande partito di destra decente, salvo, in condizioni di politica nient’affatto di massa, la Destra Storica. Se manterrà la voglia e avrà la forza di costruire un partito di destra moderatamente democratico o nel suo funzionamento interno, Gianfranco Fini darà un notevole contributo alla storia politica italiana. Se no, dovremo ancora riflettere sull’anomalia dell’Italia: un paese governato da una destra antipolitica e populista (che, comunque, rappresenta efficacemente la società e le sue preferenze), poco e male contrastata da un indefinibile partito democratico, entrambi incapaci di dare alle istituzioni di governo e di rappresentanza soluzioni che non siano arlecchinate.

GP

New York, 1 febbraio 2010
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