Prefazione alla settima edizione in progress
Rispetto ad un anno fa, sono cambiati due elementi della complessa situazione politico-istituzionale italiana. Entrambi hanno attinenza alle istituzioni e avranno un impatto sull’evoluzione del sistema politico. Dopo una protratta competizione, il Partito Democratico ha eletto nell’ottobre 2009 un nuovo segretario. Pierluigi Bersani (ex Democratico di Sinistra, ex comunista) ha sconfitto Dario Franceschini (ex-Margherita, ex-democristiano) con lo slogan “dare un senso a questa storia”. Confesso di non avere capito se la storia sia già quella, peraltro, inesistente, dello stesso Partito Democratico, oppure, se sia quella, molto più corposa, del Partito Comunista. In questo caso, il “senso” che mi sarei aspettato e avrei auspicato è quello che si trova, dopo una approfondita e pubblica riflessione, nel passaggio, peraltro difficilissimo, dal comunismo alla socialdemocrazia. Pur sostenendo di volere immettere significativi contenuti di sinistra nel Partito Democratico, finora da parte di Bersani di socialdemocratico non si è visto proprio nulla. Anzi, la prospettiva di un aggancio con l’Unione di Centro lascia piuttosto intravvedere una deriva (poiché non è controllata, è lenta, appare quasi inevitabile) centrista. Il PD rimane un organismo senza identità, diviso al suo interno, con prospettive politiche e sociali alquanto confuse.
Nient’affatto confuso appare, invece, il percorso che Gianfranco Fini sta delineando dalla sua carica istituzionale di Presidente della Camera dei deputati. Fini stia ragionando nella prospettiva che chiamerò in senso lato, e positivamente, “gollista”. Da un lato, ha iniziato una battaglia contro la concezione personalistica che Berlusconi ha del Popolo della Libertà. Facendo infuriare il co-fondatore del partito, Fini sembra indicare la prospettiva di un partito di destra moderno, nazionale e non nazionalista, moderatamente conservatore nelle politiche, difensore dei diritti di cittadini e immigrati, laico nel senso di non subalterno alla Chiesa e alla Conferenza Episcopale Italiana. Dall’altro, vuole mantenere la chiara separazione delle istituzioni, proteggendo lo spazio del Parlamento a fronte delle pesanti incursioni dei berluscones e delle pretese simil-decisioniste del capo del governo. Fini non ha, peraltro, neppure rinunciato a quella che è la prospettiva definibile come gollista in materia di riforme istituzionali, ovvero, il semipresidenzialismo. Nelle condizioni attuali del centro-destra, costruire un partito aperto al dibattito politico e suggerire che la riforma delle istituzioni non deve essere fatta per schiacciare la magistratura e per conferire strapotere al governo è una doppia eresia. Bisogna, infatti, combattere con personaggi che poco sanno e nulla vogliono imparare della separazione dei poteri. Che vivono di e nel conflitto di interessi. Il cui partito ideale è fatto da un leader populista che comanda e dal quale, loro, obbedendo e conformandosi, ottengono potere e cariche. Dunque, Fini ha vita dura e dispone soltanto di tre anni di tempo poiché alla fine di questa legislatura nel 2013 si tireranno le somme, si valuteranno le conseguenze e si struttureranno i probabilmente nuovi assetti di potere. Poiché il Partito Democratico nel migliore dei casi continuerà a galleggiare, la sola prospettiva che garantisce spazi di movimento e di mutamento al sistema politico italiano è quella che è stata impostata e viene praticata da Fini.
Non c’è bisogno né di essere di destra né di fare come Totò, ovvero “buttarsi a destra”, per seguire, apprezzare e ritenere utile studiare quello che Fini va facendo. Non è mai esistito in Italia un grande partito di destra decente, salvo, in condizioni di politica nient’affatto di massa, la Destra Storica. Se manterrà la voglia e avrà la forza di costruire un partito di destra moderatamente democratico o nel suo funzionamento interno, Gianfranco Fini darà un notevole contributo alla storia politica italiana. Se no, dovremo ancora riflettere sull’anomalia dell’Italia: un paese governato da una destra antipolitica e populista (che, comunque, rappresenta efficacemente la società e le sue preferenze), poco e male contrastata da un indefinibile partito democratico, entrambi incapaci di dare alle istituzioni di governo e di rappresentanza soluzioni che non siano arlecchinate.
GP
New York, 1 febbraio 2010